venerdì 6 gennaio 2012

Bilancio delle feste

Mangiando un'arancia mi accorgo che le feste sono ufficialmente finite, letteralmente volate. Forse è stato normale non accorgersi del loro lesto scorrere, essendo cadute tutte nei weekend, ma non credo sia una motivazione sufficiente a giustificarne la celerità. Mangiando quest'arancia mi sento deluso, quasi sconfortato dal mesto fluire di quello spirito Natalizio che la tendenza anticonformista ti porterebbe a schifare ma che a me, stranamente, non è mai dispiaciuto.
Il Natale è, per i più (anziani e adulti, ma non solo), la ricorrenza della nascita di Gesù: tant'è che molti nonni chiedono ai nipoti cos'abbia portato loro Gesù Bambino, anziché Babbo Natale. L'anno scorso mi sono adirato ferocemente sentendo chiedere con che diritto delle persone di colore portassero i figli a ricevere le caramelle dal tradizionale Babbo Natale del mio paesello, pur non essendo Cattolici: con garbo e moderazione ho replicato che, secondo quel ragionamento, i genitori autoctoni dovrebbero mandare i loro figli in Chiesa a chiedere dolciumi al buon Gesù - non più tanto bambino - appeso in croce, visto che l'attuale figura di Santa Claus non è decisamente Cattolica.
Bando a potenziali blasfemie, culturalmente il Natale mi piace perché non è una festa Cristiana, o meglio: non unicamente. Qualsiasi divinità antica legata al culto del Sole vede festeggiata la sua nascita il 25 Dicembre, data del solstizio d'Inverno celebrata dai Persiani cultori del Dio Mitra come Dies Natalis Solis Invicti. Peraltro, questa loro divinità veniva invocata come "il Salvatore", appellativo che non dovrebbe suonarci nuovo. Ma anche Shamas,  il Dio Babilonese del Sole, veniva festeggiato nella medesima data e di lui si diceva avesse avuto un figlio, Tammuz, il quale sarebbe stato la sua reincarnazione. Interessanti a riguardo la morte di questo figlio, il quale risorge dopo tre giorni, e le sue raffigurazioni in grembo alla madre Ishtar, assolutamente simili a quelle di Gesù Bambino in braccio alla Madonna. Questo vale anche per i mosaici e gli affreschi Egiziani raffiguranti il Dio Horus in braccio a Iside. La contaminatio di tutte queste antiche culture è talmente forte da indurmi a non poter essere almeno in parte affascinato da una festa che rappresenta il più evidente punto di incontro tra queste.
E poi c'è questo Santa Claus, conosciuto ai più come Babbo Natale, fusione dell'antico folklore Islandese con la figura del Vescovo della città turca di Myra, Nicola, divenuto Santo e festeggiato in Olanda nella celebrazione di Sinterklaas (compleanno del Santo), festività il cui nome ha dato successivamente origine all'appellativo di Santa Claus nelle sue molte varianti. Questa evoluzione ha visto il suo culmine quando la Coca Cola, con la sua pubblicità, ha definitivamente trasformato l'immagine di Babbo Natale in quella di un nonno buono, barbuto e ben in carne che prende in braccio i bimbi per ascoltarne i desideri.
Natale quindi è una festa Cristiana, Persiana, Babilonese, Egiziana, Islandese, Olandese che ha attraversato i millenni per essere attesa e celebrata ancor oggi con estrema importanza, nonché felicità: d'altronde non potrebbe essere diversamente nella sua essenza di festa del Sole, la stella che ci dona la vita.

Restando in tema di luce, confesso che quanto mi mette allegria nelle vacanze invernali è proprio vedere le strade brulle illuminate e colorate, quasi a voler sfidare la monotonia e la tristezza dell'Inverno. Non amo mai la massa che invade i centri città, ma in questo periodo la giustifico perché rende tutto ancor più vivo, alimentando la sfida contro il grigiore funebre di questa stagione. In qualche modo, questa frenesia infiocchettata riesce persino a predispormi benevolmente nel fare e ricevere auguri, a essere meno critico per non turbare il clima piacevole e ad avere meno insofferenza verso chi ho affianco.
Quest'anno, tuttavia, gli auguri sono stati davvero scarni. Non ho percepito alcun piacere nello scambio augurale tra le persone: io stesso mi sono trovato a salutare gli amici tralasciando il fare gli auguri, non essendovene alcuno stimolo. E me ne rendo davvero conto solo ora, mangiando una seconda arancia: eppure avrei dovuto presagire questa miseria dalla carestia floreale che, per il primo anno, ha colpito la mia dimora.
Abitudine voleva, infatti, che le feste Natalizie implicassero un proliferare di Stelle di Natale in casa, la quale diventava quasi una serra di fiori rossi. Ma nei giorni appena conclusi le uniche Stelle che hanno oltrepassato la porta della mia magione sono state solo due, peraltro entrambe trafugate da me medesimo l'antivigilia, alla fine di un lavoro. Doveva già essere indicativo il fatto che, in un concerto Natalizio di dolci bambini dalle ugole non troppo d'oro - ma soavi per i loro parenti -, fossero avanzate piante in abbondanza. Solitamente nonne e mamme si precipitano a conquistarsi più Stelle di Natale possibili, mentre quest'anno il fiore in questione è stato - ahimè - trascurato. Di contro ho visto, sempre in casa mia, uno strano cumulo di ceste contenenti i soliti spumanti e dolciumi, in una addirittura biscotti fatti in casa. Ciò mi ha stranito poiché, pur non essendo un abituale donatore di ceste Natalizie, posso presupporre costino abbastanza di più rispetto a una piantina. Non vorrei che cotanta opulenza alimentare abbia preso, in tempo di crisi, un significato apotropaico di scongiura contro quest'ultima, diventando una sorta di cornucopia contro l'inflazione. Se così fosse, personalmente avrei gradito dentro la cesta qualche litro di benzina, visti i tempi che corrono: sarebbe stato magari meno romantico, ma ben più utile. Il prossimo anno mi aspetto di trovare dei buoni di prepensionamento, qualcosa come: "Ti regalo un anno di miei contributi, affinché tu possa andare in pensione a 74 anni anziché 75".  Sarebbe un gesto davvero carino.

A ogni buon conto, assuefatto dall'uvettosa dolcezza dei panettoni trovati nelle succitate ceste e distratto dalla settimana normalmente lavorativa, allo scoccare dell'ultimo giorno dell'anno ho scoperto che un numero incredibile di persone, amici e conoscenti erano ancora incerti - se non addirittura impreparati - su come passare il veglione. Persino mia madre, che da oltre una decade si organizzava con coppie di amici per festeggiare il nuovo anno con sontuose cene, non si è curata di allestire nulla per l'arrivo del 2012 e lo ha atteso in un multisala guardando un film commercialissimo. E in questo non ho notato alcuna tristezza né alcun dispiacere, anzi: forse l'affanno degli ultimi, tantissimi anni passati a cercare di fare sempre qualcosa in compagnia era ormai arrivato a un punto di saturazione tale da non rendere affatto disdicevole una pausa. Parimenti, ho notato in amici e conoscenti che la tendenza ormai non è più quella di ricercare la festa più bella, più interessante, più potente che ci sia nella zona ma semplicemente il garantirsi (anche in extremis, senza curarsene fino alla mattina stessa) di avere qualcosa da fare. Se poi la nottata si fosse rivelata davvero piacevole, tanto di guadagnato: ma nel caso il Capodanno fosse trascorso tranquillo e pure un po' monotono, non sarebbe stata una delusione così grande.
Esordendo con un "ai miei tempi", potrei riportare alla memoria le enormi feste che si organizzavano fino a tre o quattro anni fa facendo grande concorrenza alle discoteche, le quali cercavano di minare la buona riuscita di tutti i vari festini più o meno grandi che portavano loro via clienti: era quasi una situazione di guerra tra bande. Però si allestivano davvero veglioni in grande, e anche i party più piccoli garantivano il divertimento; i locali di contro chiedevano ingenti somme per l' ingresso, spesso rischiando di restare vuoti. La fine del 2011 invece ha visto le discoteche offrire prezzi decisamente più sostenibili tornando forse di conseguenza un po' più piene, mentre le feste di egregie dimensioni organizzate da ragazzi sono quasi sparite o si sono ampiamente ridimensionate a una sfera più intima e amichevole. Mi chiedo se ciò sia solo l'inizio della discesa una volta raggiunta la vetta, o se questa tendenza deprimente sia piuttosto indice di un ricambio generazionale poco creativo. Probabilmente c'è una complicità di entrambe le cose. Mi chiedo anche se alla fine del 2012 il cinema sarà nuovamente così affollato come l'ho trovato il 31 Dicembre 2011, perché sì: anch'io ho deciso di attendere l'anno preferito dai Maya con un bel film.

Se pensate che stia mangiando la terza arancia, vi sbagliate: sto finendo le ultime briciole di pinza rimaste. Ingurgitarne due kili in quarantotto ore credo sia un buon record, e suppongo non sia il caso di avvicinarmi alla bilancia nei prossimi giorni. Ma non datemi dell'ingordo: è solo un tentativo di recuperare il ritardo con cui questo dolce speciale è arrivato nella latteria dietro casa mia. Appena due giorni prima dell'Epifania. Mi vengono quasi le lacrime a pensare che da Lunedì già non se ne troverà più. La giustificazione della proprietaria, una signora gentilissima, è stata che "non si era ancora pensata" di ordinarne in panificio. Presumo peraltro che il panettiere stesso si sia dimenticato di farle notare che era finalmente giunto il tempo di questa specialità: temo non ne abbia prodotta e venduta tanta quanta era solito. Questo a me spaventa, terrorizza: se la gente comincia a dimenticarsi della pinza, che tra qualche anno possa dimenticarsi interamente del clima, dei colori, della dolcezza (in senso alimentare) di queste feste invernali? T'avverto, popolazione Trevigiana: fammi sparire la pinza, e piangerò lacrime amare. Fammi sparire anche il panettone, e per ripicca combatterò contro i sostenitori di quel bieco dolce che è il pandoro. Ma se farai sparire anche il vin brulè, la mia collera sarà implacabile.

Con qualche giorno di ritardo (come la pinza), vi auguro buon anno nuovo.

Babbo Katsuya #2 by Katsuya Sensei
Babbo Katsuya #2, a photo by Katsuya Sensei on Flickr.

sabato 17 dicembre 2011

Leggibilità di un testo

Gli studi sulla leggibilità

A partire dagli anni venti-trenta dello scorso secolo, in America furono studiati dei metodi per analizzare la facilità di comprensione di un testo. Dapprima si procedette sottoponendo a vari lettori delle domande, a seguito della lettura di più testi: ciò diede come risultato empirico una maggior frequenza di errori nelle risposte riguardanti i testi con le frasi più lunghe (quindi con ampia presenza di subordinate), un uso abbondante di termini specifici e di impiego non consueto, oppure i testi col numero di errori più elevato. Si decise quindi che non vi era in questo caso alcun interesse per le qualità artistiche degli scrittori analizzati, e che quindi non era giustificato l'uso di parole o forme sintattiche strane. Inoltre, non vi era preoccupazione per il rischio che un testo semplice scada nella noia, qualora questa monotonia garantisse una lettura scorrevole. Scrive infatti Miller: «Definita tramite un procedimento siffatto, la leggibilità indica la precisione con cui il lettore può rispondere a delle domande, e non la qualità artistica del brano in questione. Ci occupiamo qui dell'efficacia del processo comunicativo in quanto comunicazione, e non delle capacità dello scrittore di creare un'atmosfera, sommuovere le emozioni, o infiammare l'immaginazione. Un brano facile può essere estremamente noioso, ma questo, per il momento, non ci riguarda».1
A partire da questo presupposto si definirono quindi due variabili linguistiche di leggibilità, quella lessicale (parole impiegate e loro lunghezza) e quella sintattica (complessità della frase, quindi sua lunghezza). La matematicità di queste definizioni portò a schematizzare secondo statistiche e ricerche, che portarono all'analisi del rapporto intercorrente tra la semplicità delle parole usate e la loro brevitas, poiché – come sottolinea sempre Miller – sono prive di suffissi e affissi.2 Per quanto riguarda invece la variabile sintattica, Lucisano enuncia che «la proporzione di frasi semplici in un periodo aveva un'alta correlazione con la lunghezza del periodo espresso in numero di parole».3
In un contesto di Scienze e tecnologie multimediali dovremmo poter aggiungere, forti della conoscenza degli studi di Shannon sulla teoria dell'informazione, che più si riduce la possibilità di incertezza all'interno di un messaggio, più sicura e attendibile sarà la sua ricezione. Informazioni brevi quindi, che non superino la capacità del canale, portano, proporzionalmente alla loro brevità, meno rischi di errori, e pertanto aumenta la quantità di informazione trasmessa.
Gli studi informatici a riguardo della teoria dell'informazione non sono assolutamente da sottovalutare in campo linguistico, poiché hanno aperto nuove strade e dato una spinta decisiva alla teoria della leggibilità. Non a caso, gli strumenti che abbiamo attualmente a disposizione per valutare il grado di facile comprensione di un testo sono degli indici matematici, sussidiati da formule.


Indici di leggibilità: l'Indice di Flesch

Un indice di leggibilità è il frutto di una formula matematica che, attraverso dei calcoli statistici, è in grado di predire il grado di difficoltà di un testo basandosi su dei valori prestabiliti, i quali rientrano appunto in questo indice. Per definire queste formule si devono considerare, proprio come in ogni calcolo matematico o fisico, delle variabili che in questo caso sono variabili linguistiche, cioè misure di determinati parametri del testo, come ad esempio la lunghezza media delle parole, o la quantità media di parole all'interno delle frasi.
Variabili quali le due succitate sono indipendenti dal contenuto del testo, ma vi possono essere anche misure lessicali o sintattiche: queste ultime però non possono essere trasformate in elementi matematici semplici, e pertanto la formulazione degli indici di leggibilità le ha lasciate a un secondo momento di analisi, più specifico e dettagliato.
Il calcolo di leggibilità che ha avuto più diffusione e successo è stato quello ideato da Rudolf Flesch, noto appunto come Formula di Flesch o Indice di Flesch. Questo si basa su due sole variabili linguistiche, la lunghezza media delle parole misurata considerando la sillaba come unità di misura, e la lunghezza media delle frasi dove l'unità di misura è invece la parola. La semplicità di questa formula ha largamente contribuito alla sua diffusione, ma ne ha anche dettato i limiti: tale calcolo è infatti tarato per le strutture linguistiche inglesi ed è quindi applicabile solo ai testi in lingua inglese. Inoltre il conteggio delle sillabe non solo è ben differente tra lingua inglese e italiana, ma all'interno dello stesso Italiano non gode di regole definite in maniera assoluta (basti pensare all'accentazione dei dittonghi).
Dal 1972 si è fatto carico del problema Roberto Vacca, il quale ha adattato i parametri dell'indice Flesch alla lingua italiana. La prima versione non gli apparve definitiva: e infatti nel 1986 elabora con Franchina4 un secondo adattamento, dove vengono ponderate le costanti fornendo un indice di facilità di lettura pari a 217 – 1,3 W – 0,6 S. Con S si intende il numero medio di sillabe calcolato su un campione di cento parole, mentre W rappresenta la media di parole per frase. Il nuovo calcolo è la risultante di uno studio comparativo fatto sullo stesso testo, scritto sia in Italiano che Inglese: tuttavia per la stessa ipotesi di Vacca, i due testi avrebbero dovuto rivelare entrambi lo stesso indice di leggibilità, ma così non è stato.
A confermare l'imprecisione della nuova formula si è aggiunto il Gruppo Universitario Linguistico-Pedagogico, secondo il quale i dati ottenuti con la formula del 1972 sono più attendibili di quelli derivanti dallo studio del 1986. Il problema delle sillabe, quindi, è ancora aperto.
La formula di Flesch del 1972 enuncia che la facilità di lettura è pari a una costante 206, sottratta di 0,65 volte il numero medio di sillabe su un campione di cento parole (S) e della media di parole nelle frasi (W).


Facilità di lettura = 206 – 0,65 S – W

dove S = sillabe medie in un campione di cento parole
W = media di parole per frase


L'Indice di Gulp

Qualche anno prima della seconda formulazione di Vacca era stato lo stesso Gruppo Universitario Linguistico-Pedagogico (GULP) presso l'Istituto di Filosofia dell'Università “La Sapienza” di Roma a definire una nuova formula, denominata Gulpease. Un primo testo che ne parla è stato elaborato da Lucisano e dalla Piemontese nel 19885 e ripreso vari anni dopo da Lucisano.6 La prerogativa di questo nuovo studio è quella di essere partito direttamente dalla lingua italiana, verificando con una serie di test la reale comprensibilità di un corpus di testi. La verifica è stata inoltre eseguita su un campione eterogeneo di lettori, il che ha consentito di elaborare, accanto all'indice, una determinazione variabile dell'interpretazione dei valori. Spieghiamo meglio, partendo dalla formula:


Indice Gulpease = 89 - (Lp / 10) + (3 × Fr)

dove: Lp = (100 × totale lettere) / totale parole
Fr = (100 × totale frasi) / totale parole


Matematicamente, come nell'indice di Flesch, i risultati oscillano da un valore minimo pari a 0 a uno massimo equivalente a 100: quest'ultimo corrisponde alla massima leggibilità ottenibile. Grazie alla sua semplicità d'uso, è possibile impiegarlo sia per analizzare testi brevi che (previo campionamento) testi lunghi. Il campionamento dev'essere, sempre come per Flesch, di almeno cento parole.
La sua innovazione non è però data tanto da questa maggiore versatilità, quanto dall'essersi svincolato dal conteggio del numero di sillabe, a favore dell'analisi di un più semplice numero di lettere contenute nelle parole. Tale innovazione ha suggerito una facile traduzione in software informatico, la più famosa delle quali è stata la conversione matematica del testo proposta da Maurizio Amizzoni con il suo software AUTOGULP, distribuito dalla Èulogos SLI (www.eulogos.net).
Altra grande novità, alla quale accennavamo prima, è l'interpretazione variabile del dato ottenuto. Infatti i linguisti del GULP hanno fornito anche una scala di lettura del risultato che si basa sulla scolarizzazione del lettore al quale ci riferiamo: pertanto un valore non ha un indice di difficoltà assoluto, ma varia a seconda del destinatario che stiamo considerando.
Si considerino tre fasce di popolazione, indicabili, come nel testo di Lucisano e Piemontese,7 con le prime tre lettere dell'alfabeto italiano: parleremo quindi di popolazione A, con istruzione elementare; popolazione B, con istruzione media; popolazione C, con istruzione superiore. Riflettendo, sorge automatico valutare che un testo di difficoltà media compreso tra un indice 59 e un indice 50, sarà di difficile lettura per un lettore di fascia B e molto difficile per un lettore estratto dalla popolazione A, mentre per uno con istruzione superiore (C) la lettura risulterà abbastanza scorrevole e comprensibile. È stata poi definita, sempre nello scritto succitato, una gamma di effetti sulla popolazione derivati dal confronto con i vari livelli di difficoltà, che vedono un grado di indice 60 come spartiacque, al di sotto del quale parliamo di difficoltà frustrante per la popolazione A e di lettura scolastica (quindi con necessità di un supporto quale l'intervento di un docente) per la fascia B, mentre la popolazione C si può concedere una lettura di questi testi indipendente. Riportiamo a riguardo due schemi estrapolati sempre da Lucisano e Piemontese, pubblicati dalla stessa Piemontese.8
 




Il vocabolario di De Mauro

Il vocabolario di base (VdB) di Tullio De Mauro fornisce un'ancora a livello lessicale. Esso comprende oltre settemila parole, suddivise in Vocabolario fondamentale (duemila parole), Vocabolario di alto uso (duemilacinquecento circa), vocabolario di alta disponibilità (circa duemilatrecento). Le parole proposte sono le più comuni, e offrono quindi, come affermò lo stesso De Mauro nel 1980, una sicura comprensione, o quanto meno un'alta probabilità di essere capiti da chi ha fatto almeno la terza media. Dice il De Mauro che «se usiamo le parole del vocabolario fondamentale, possiamo sperare di essere capiti dal 90% della popolazione italiana, cioè da quelle persone che hanno almeno la licenza elementare o titoli superiori, specie se le frasi non superano le 20 parole ciascuna».9 Vari studi hanno infatti analizzato che minore è il numero di parole presenti nel VdB impiegate in qualsiasi prodotto verbale, sia esso scritto che orale, minore sarà anche la sua comprensione.
Una tesi di laurea del 1991 (N. Mastidoro, Rilevamento automatico del tasso di vocabolario di base) ha conseguito la programmazione di un software di analisi lessicale basato sul VdB, e di memorizzazione dei lessici a esso estranei. Sempre in quell'anno, e sempre con scopi universitari dovuti al redigere una tesi di laurea, sono partiti anche gli studi per compilare il già citato AUTOGULP, programma di analisi informatica della leggibilità secondo l'indice Gulpease.

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1 A. G. Miller, Language and communication, New York, McGraw-Hill Book Company, 1951, trad. it. R. Simone, Linguaggio e comunicazione, Firenze, La Nuova Italia, 1972, p. 188.
2 Ivi, pp. 190-191 della traduzione italiana.
3 Misurare le parole, a cura di P. Lucisano, Roma, Kepos, 1992, p. 32.
4 V. Franchina, R. Vacca, Taratura dell'indice di Flesch su un testo bilingue italiano-inglese di un unico autore, «Linguaggi», III, 1986, 3, pp. 47-49.
5 P. Lucisano, M. E. Piemontese, Gulpease: una formula per la predizione delle difficoltà dei testi in lingua italiana, «Scuola e città», XXXIX, 3, 31 Marzo 1988, pp. 110-124.
6 P. Lucisano (a cura di ), Misurare le parole.
7 P. Lucisano, M. E. Piemontese, Gulpease: una formula per la predizione delle difficoltà dei testi in lingua italiana, «Scuola e città», XXXIX, 3, 31 Marzo 1988, pp. 110-124.
8 M.E. Piemontese, Capire e farsi capire, Teorie e tecniche della scrittura controllata, Napoli, TECNODID, 1996.
9 T. De Mauro, Guida all'uso delle parole, Roma, Editori Riuniti, 1980.

martedì 6 dicembre 2011

A delicate balance - Un equilibrio delicato

A delicate balance - Un equilibrio delicato è un documentario, prodotto nel 2008 dall'Australiano Aaron Scheibner, che si prefigge l'arduo scopo di istruire la popolazione sulla pericolosa influenza della nostra alimentazione sulla salute e, più in generale, nell'intero ecosistema Terrestre.


Uno stile all'Americana, drammatico, quasi angosciante, ridondante, martellante ci guida in modo preciso e puntuale nell'analisi delle malattie moderne più diffuse e ineluttabili (in Occidente (come il cancro, le malattie cardiovascolari, l'osteoporosi, le malattie autoimmuni) dimostrando il loro stretto legame col consumo dei vari alimenti di origine animale.
Le tesi sono sostenute e argomentate attraverso interviste a medici, nutrizionisti, ricercatori ma anche personalità che hanno lavorato nell'industria della produzione alimentare animale, sovente corredate da utili animazioni esplicative e da una generale sottolineatura grafica dei concetti chiave.

Sin dai primi minuti il documentario si dedica allo sfatare luoghi comuni ormai assodati come l'indispensabilità delle proteine animali mostrandone piuttosto il legame con l'insorgere di malattie, per poi approfondire in dettaglio il rapporto tra consumo di carne-latticini e lo sviluppo del cancro. Nell'analizzare il colesterolo viene confutato un altro stereotipo famoso, il ruolo essenziale del latte nell'assunzione di calcio; illustratone il processo di assorbimento, si passa a esplicare la formazione della vitamina D. In tutto ciò, viene continuamente ribadito il confronto con un'alimentazione vegetale e descritto come essa non solo sia innocua, ma addirittura aiuti l'eliminazione di sostanze tossiche diminuendo, pertanto, la possibilità di sviluppo delle malattie analizzate.
Ampio spazio viene dedicato anche alla continua comparazione con l'alimentazione Cinese, recentemente esaminata dal libro The China Study.
La trattazione prosegue mostrando l'incisione dell'assunzione di proteine e grassi animali sullo sviluppo di malattie cardiovascolari, dell'impotenza  maschile, di malattie autoimmuni come diabete e sclerosi multipla e dell'osteoporosi.
Viene ribadito, cosa che dovremmo già sapere, il tremendo impatto che gli allevamenti e l'industria alimentare hanno sul nostro pianeta, e prima di far ciò non viene data tregua nemmeno al pesce, che tutti noi siamo soliti considerare alimento tra i più salutari: a esso viene dedicato un paragrafo ben importante in questo documentario, il quale ci istruisce non solo sull'incidenza degli allevamenti acquatici nell'ecosistema ma esordisce demolendo i nostri clichés alimentari a riguardo.

Certo, come classico di questo genere documentale le nozioni date, per quanto concrete, precise e soprattutto veritiere, sono parziali: non viene assolutamente nominata, per esempio, l'incidenza nello sviluppo del cancro di altri importanti fattori come il fumo e lo smog. C'è tuttavia da ammettere che ciò non dovrebbe essere necessario in quanto già universalmente riconosciuto, a differenza delle argomentazioni presentate. Non viene però neanche trattato un fattore delicato come la necessità di vitamina B12, di origine animale.
Altri dubbi li lascia il continuo concordare con le opinioni di Al Gore riguardo al riscaldamento globale, citandolo quasi come una fonte indiscutibile.

Nel complesso il film si configura come un documento ormai necessario nell'aiutarci a comprendere quei legami che non ci vengono mai detti tra l'alimentazione di origine animale e la sua ripercussione non solo nella distruzione ambientale ma anche nella nostra autodistruzione fisica: lo consiglio vivamente non per spingere lo spettatore a fare determinate scelte, ma perché acquisisca quantomeno consapevolezza di ciò che comporta quello che ha nel piatto.

venerdì 2 dicembre 2011

Social Network, multimedialità e l'amore 2.0

Di relazioni nate nella grande rete se ne è parlato e se ne continua a parlare. Inizialmente con grande discredito, poca convinzione sulla serietà delle stesse e con grande sfiducia nella loro possibile durata. Da qualche anno, però, con la sempre maggiore diffusione del web prima nelle nostre case e più recentemente nelle nostre tasche (con gli smartphone come ultima frontiera), l'ipotesi di due persone conosciutesi chattando non suscita più scalpore, al contrario sembra quasi essere rientrata nella quotidianità.
Cosa è intrinsecamente cambiato negli ultimi anni? Si potrebbe affermare che ci siamo abituati al nuovo modo di comunicare, diventato ormai universale e alla portata di tutti, ma daremmo una risposta parziale e ormai superata.

Il web stesso, nella sua forma estetica così come nei contenuti, si è evoluto: questo grazie a connessioni ormai veloci e stabili, con una copertura territoriale tale da favorire un ampio afflusso di utenze e a tecnologie sempre più proiettate all'offrirci la possibilità di essere costantemente connessi. I web-designer hanno giocato la loro scommessa nel rendere i siti sempre più interattivi e comunicanti tra di loro per rendere la navigazione più fluida, istantanea, totale, e l'utente sempre più agevolato in un uso semplificato ma massivo, che con un semplice click gli consenta di essere contemporaneamente presente in più piattaforme facendo costantemente sentire la sua presenza e ricevendo un sostanzioso feedback dai suoi contatti. Prendendolo alla larga e molto sommariamente, ci si riferisce al concetto di web 2.0, i cui grandi dominatori sono incontrastabilmente i Social Network.
La forza di questi siti è quella di essere degli aggregatori sociali, uno specchio virtuale della vita quotidiana e delle relazioni tra persone: la gente ne è attratta proprio perché può continuare, anche seduta a casa, in ufficio o in qualsiasi altro luogo a far sentire la propria presenza a quelli che vengono definiti talvolta friends, altre volte followers, sentendosi così viva e partecipe nella società che viene pedissequamente riflessa in un microcosmo informatico fatto dalla possibilità di comunicare con gli amici così come di conoscere persone nuove, forse in modo ben più agevole e meno imbarazzante di quanto lo sarebbe nella vita reale.

Avviene così che, davanti agli occhi degli utenti, scorra quotidianamente un numero incredibile di profili di esseri umani che non si conoscono ma sono "amici di amici", o anche sconosciuti che però seguono i nostri stessi post, i medesimi thread: ogni giorno si scopre l'esistenza di persone che, avessimo intravisto per strada, magari non avremmo neanche notato. La rete e i Social Network ci permettono di dare una sbirciata a una o più loro foto, ai loro interessi, a eventuali commenti: e qualora un utente sembrasse interessante non costerebbe alcuna fatica né imbarazzo fare una "richiesta d'amicizia" per approfondire in modo discreto altri aspetti della sua personalità, delle sue idee e delle sue opinioni.
Ogni net-surfer diventa così mediamente un'entità più umana perché arricchita di immagini e pensieri, avendo maggiori possibilità di estrinsecare nel web sociale la sua esistenza più dettagliata. Paradossalmente, si viene ad avere più possibilità e facilità nell'approcciarsi al conoscere una persona spiando il suo profilo che non notandola per strada, a una festa, in un luogo pubblico e dovendo, per avere qualche informazione, investigare tra amici e conoscenti. In questo sistema telematico è forse più facile addirittura innamorarsi.

Ribadiamo che oramai non si sta più parlando di quei primordi di chat dove l'altro era semplicemente un nick-name, una stringa di lettere, e dove l'interazione raramente andava oltre a una prima chiacchierata, dove l'inviarsi una o due foto avveniva raramente e a volte con difficoltà. Interazioni macchinose come queste raramente si sviluppavano in vere e proprie relazioni e permanevano esclusivamente nella sfera virtuale della chat.
Con gli albori dei Social Network (Myspace, ma anche Netlog) tutto ciò è cominciato a cambiare: se col primo citato si cominciava ad avere accesso a più foto e informazioni riguardo agli altri utenti ma questi venivano conosciuti casualmente attraverso amicizie di amicizie, il secondo ci ha avviati a una ricerca spontanea di persone residenti nelle vicinanze, con l'auspicio di esordire con una chattata piacevole per poi concretizzare in un incontro reale.
Con Facebook questa possibilità è giunta quasi all'esasperazione poiché non serve più una ricerca volontaria, ma è il Media stesso a bombardarci con informazione riguardanti persone vicine ai nostri amici, a spingerci a stringere amicizia con questo o quell'altro utente col quale abbiamo contatti in comune, a sottoporci non solo quotidianamente ma in ogni singolo istante di visualizzazione del sito profili di persone fuori dalla nostra porta di casa delle quali ignoravamo l'esistenza. E questo dandoci anche un quadro più o meno completo (a seconda delle loro impostazioni di privacy) dei dati anagrafici, degli interessi, delle preferenze e delle idee. Gli utenti sono schedati e ognuno è sottoposto alla visione degli altri in un modo vivace, potremmo dire -usando un termine magari inadeguato- vivo. E' a tutti gli effetti una Società alternativa forse più brulicante di quella reale, dove l'approccio nel conoscere una persona risulta addirittura più immediato rispetto alla quotidianità materiale: tant'è che spesso la realtà stessa si riversa nella virtualità, ad esempio quando si corre a cercare il profilo Facebook di qualcuno che abbiamo notato dal vivo. Siamo giunti, forse, alla stregua di Poliziotti che cercando informazioni negli schedari e questo lo facciamo oramai con estrema naturalezza e abitudine.

In un simile Social Environment diventa quindi facile innamorarsi una, due, cinque volte al giorno. Si prendano con le pinze sia il termine usato che la frequenza, ma si rifletta tuttavia su come la quantità di utenti che ci vengono anche involontariamente presentati faccia sì che sia ben facile, tra di questi, trovare persone di nostro gradimento. Prima di tutto perché è più facile essere selettivi: chi fosse in cerca dell'amore probabilmente non presterebbe attenzione ai commenti di utenti del sesso a cui non è interessato, mentre si soffermerebbe volentieri nelle utenze del genere gradito valutandole, in primo luogo, in base alla foto profilo. Da qui il passaggio successivo è breve, e qualora la privacy imponesse limitazioni basterebbe una semplice richiesta d'amicizia per dare accesso alle informazioni desiderate: una richiesta d'amicizia di amici d'amici raramente si rifiuta, se il richiedente ha il buon senso di presentarsi nel farla.
Sarebbe interessante fare un sondaggio per scoprire a cosa dà peso il più della gente: sicuramente andranno per la maggiore aspetti come i gusti musicali o cinematografici, ma potrebbe esserci anche qualcuno interessato agli studi effettuati/in corso o al lavoro e, perché no, anche chi ricerca tracce dell'orientamento politico/religioso e chi decreta la sua attrazione verso questa persona (per il momento ancora nelle sembianze di mero utente virtuale) studiandone la correttezza grammaticale di post e commenti: per le ultime due caratteristiche, ogni riferimento è puramente casuale. Certo, al di là dell'ironia il linguaggio impiegato assume un aspetto davvero importante nel valutare un utente: questo perché la novità dei Social Network non è solo la quantità di foto o post che si possono condividere, ma anche la moltitudine di considerazioni, critiche, impressioni, valutazioni, riflessioni verbali che si possono estrinsecare. E,  attraverso la chat o i messaggi privati, il linguaggio scritto è anche la primissima interfaccia di contatto e interazione privata, intima che si ha. Non si parla di controllare gli errori ortografici o morfo-sintattici, ma certo non è da trascurare la capacità di farsi capire, la quale dona fluidità alla conversazione favorendo una discussione fertile, piacevole e soprattutto ricca. La noia e la monotonia così come la ridondanza e l'essere scontati sono aspetti ben poco graditi in un mondo che punta alla velocità dei contenuti e ne ha una fruizione forse consumistica.

Ovviamente la novità non sta nel definire chat e m.p. come primo approccio privato con la persona notata:  ciò che si dovrebbe osservare è piuttosto come anche il sistema di chattare abbia subito un'evoluzione, col potenziamento dei mezzi paracomunicativi. Pensando a come siano diventate d'uso comune le webcam, ormai installate in qualsiasi computer portatile, tablet o smartphone, potremmo parlare di chat multimediale. La comunicazione virtuale diventa quasi a tutto tondo poiché possiamo vedere l'interlocutore in tempo reale (non sazi di vederne documentata la quotidianità attraverso le foto che posta nel suoi o nei suoi profili) e possiamo sentirne la voce, chiacchierarci, superando al contempo sia i limiti della comunicazione verbale che le difficoltà imposte, ad esempio, da canali come quello telefonico che richiede spesso una continua ridondanza fàtica data dal non vedere l'altra persona, ma anche una fatìca nel dover parlare attraverso uno strumento spesso disturbato che richiede l'uso di un tono di voce sicuramente più alto di quello abituale.
E questo non è tutto: le attuali connessioni consento uno scambio fervido di contenuti come musica, video, link che nella realtà sarebbe decisamente meno immediato, meno ricco poiché più impegnativo e macchinoso. Si pensi all'immediatezza del poter somministrare un video visto su Youtube o una canzone appena sentita senza doverla scaricare (legalmente da iTunes), inserire nel proprio iPod e farla ascoltare all'altra persona quando la si vedrà, aspettando quindi di vederla e dovendosi ricordare di portare con sé lettore mp3 e auricolari.
Ma se con la nuova multimedialità dei servizi di chat vengono superati vecchi ostacoli e al contempo viene offerta una comunicazione più completa, si rischia che nasca del piacere nel videochattare il quale possa assopire la materialità di sensazioni come quella visiva o quella uditiva che, seppur in modo virtuale, vengono soddisfatte attraverso monitor e diffusori acustici. Sensazioni come gusto e olfatto sono forse trascurabili in quanto legate più alla sfera alimentare (anche se a mio avviso la seconda è fondamentale in un rapporto intimo e -non datemi del cannibale- non trascurerei nemmeno la prima), e ne resta fuori quindi il tatto con la sfera carnale/sessuale a esso legata: ma poiché siamo ancora in una fase di innamoramento e di approfondimento nel conoscere l'altro, possiamo considerare la soddisfazione di questo senso come il culmine ultimo del corteggiamento o, meglio ancora, come elemento discriminante tra una relazione virtuale e una materiale. Dico materiale e non reale perché, al livello di profondità che le tecnologie menzionate ci consentono di raggiungere, si può ormai sostenere che una relazione nata in rete non sia intrinsecamente meno profonda e vera di una nata e mantenuta viva con l'incontro fisico e ne sia, dunque, altrettanto reale.

La rete, quindi, sta vivendo una sua nuova vita, una seconda vita: le relazioni tra le persone si stanno evolvendo e con esse anche quelle amorose, i flirt e i colpi di fulmine. Sicuramente, anche i rapporti nati prima di questa trasformazione hanno o stanno subendo un adeguamento ai nuovi Media. Sarebbe interessante tracciare un quadro completo di come l'amore e le relazioni amorose siano da essi influenzate, di come sia più facile innamorarsi, mantenere una relazione in cui la distanza giochi brutti scherzi o persino come sia più pericoloso tradire e quanto più facile sia venire a conoscenza delle scappatelle del compagno o della compagna. Personalmente, mi sono trovato solo per puro caso a riflettere a riguardo ma ho voluto ugualmente stilare delle basi, degli spunti di riflessione, tracciando un percorso -sommario e puntuale- di questa sfumatura della grande espansione che il web e le tecnologie comunicative stanno avendo nella nostra vita di tutti i giorni. Chissà se un giorno ciò susciterà davvero interesse di studio per qualche folle Sociologo e l'argomento verrà arricchito, guarnito di opinioni ma soprattutto argomentazioni concrete, magari sostenute da storie ed esperienze a riguardo.